Viaggiare nel movimento della scrittura di sé

Image: Dariusz Sankowski

Le citazioni che animano il diario corale del mio ultimo libro, Diario di un formatore autobiografico, ci accompagnano in una riflessione a posteriori che mi permette di illustrare l’approccio sociologico e antropologico privilegiato, lasciando che l’esperienza vissuta della scrittura di sé aiuti noi tutte e tutti, soprattutto le lettrici e i lettori, a cogliere e comprendere, non soltanto in modo intuitivo, i principi che costituiscono l’anima degli ateliers di scrittura autobiografica: fare l’esperienza di una pedagogia della memoria e dell’immaginario sostenuta da un ascolto sensibile di sé e dell’altro.

Gli ateliers, pensati come un luogo di pedagogia pratica, fuori dall’ambito scolastico e universitario, sono uno spazio cittadino ed educativo che si vuole libero dai condizionamenti delle forme di apprendimento istituzionali, e collocano la pratica della scrittura di sé fuori da qualsiasi discorso totalizzante sull’esperienza umana delle donne e degli uomini.

Possono, inoltre, essere considerati come parte integrante ed essenziale di un’educazione permanente degli adulti promossa da realtà del terzo settore. Delle realtà in grado di sollecitare nuove forme pedagogiche di autoformazione esperienziale che rivelano dei bisogni e riconoscono dei desideri, relativi alla comprensione delle emozioni e dei sentimenti, alla elaborazione di un sentire e di un pensiero nuovi sull’esperienza quotidiana della vita e sull’esistenza. L’esperienza di accompagnamento alla scrittura autobiografica, come comprensione della nostra relazione con sé stessi, gli altri e il mondo, caratterizzata da un percorso educativo fondato sull’etica della reciprocità e sul riconoscimento dell’alterità, ha sollecitato le persone a prendersi cura di sé e della propria storia, guidandoli a divenire dei cercatori di sé e di senso.

Tutto questo costituisce una relazione educativa che trasforma le persone, il formatore autobiografico e i partecipanti ai gruppi di narrazione e scrittura di sé, e tutti partecipano a pieno titolo in qualità di cercatori di sé, non ignorando ma convertendo qualsiasi relazione asimmetrica tra le persone, in una occasione favorevole per accompagnare una trasformazione reciproca.

Narrare e scrivere di sé, l’atto narrativo e la scrittura autobiografica, infondono respiro al racconto e vivificano la nostra storia producendo degli effetti, generando nuovo senso al cammino percorso e a quello ancora da percorrere. In questo viaggio che conduce verso una nuova presenza di sé al mondo, le scrittrici e gli scrittori autobiografi, in un esercizio di ritmica esistenziale che ricompone e concepisce, creano e dipanano l’intima connessione e la reciproca dipendenza di ritmi biologici e psicologici, sociali e cosmici.

Possiamo quindi pensare, in ultima analisi, al dispositivo autobiografico come a un sincronizzatore del ritmo esistenziale intrapsichico e interpersonale, culturale e sociale, che ci permette di fare l’esperienza di uno stato modificato di coscienza, di vivere un’esperienza fuori dalla coscienza ordinaria del vissuto quotidiano.

Mi auguro che la lettura di queste pagine, le mie riflessioni che accompagnano il movimento della scrittura di sé che ha dato vita alle autobiografie citate, abbia permesso alle lettrici e ai lettori di procedere lungo il processo dinamico di decentramento e apertura verso l’alterità compiuto dalle cercatrici e dai cercatori di sé.

Questo ci permette di considerare il viaggio nella scrittura di sé come una preparazione al raccoglimento meditativo della persona, un’esperienza che sollecita l’elaborazione di un pensiero contemplativo della relazione con sé stessi e gli altri. Le scrittrici e gli scrittori autobiografi possono, per questo motivo, rivendicare per sé stessi un’investitura sciamanica fondata sulla loro esperienza eroica del viaggio in territori notturni simbolici ed esistenziali inesplorati.

Essi hanno appreso a viaggiare nelle profondità dell’intimità per poi uscire da sé stessi e ritrovare l’altro, per comprendere prima con il cuore e poi con la mente una reliance etica e mistica con sé stessi, gli altri e il mondo. Hanno praticato la scrittura autobiografica come cura di sé, come terapia dell’anima. Hanno reincantato la ritmica esistenziale che costituisce la totalità dell’essere umano, convertendo questa esperienza in una iniziazione che ha la funzione di trasfigurare una coscienza del mondo rinchiusa nell’ego e nella negazione dell’altro e dell’alterità. Hanno infine seguito la vocazione dell’immaginario, risvegliando una pedagogia della speranza fondata nella reciprocità e nell’amore come sorgente trascendente dell’esperienza profonda della coscienza umana.

Ma, al di là di tutto ciò, cosa resta di questa esperienza così intensa? Mi piace pensare che alla comprensibile nostalgia e al dolce ricordo degli ateliers come spazio di incontro, di ascolto e relazione, subentri la consapevolezza di custodire un prezioso tesoro che mitiga la gravosa solitudine del corpo autobiografico in sofferenza davanti alle difficoltà e alle sfide della vita.

Orazio Maria Valastro

Lascia un commento

*