Il mito dello spazio puro: lucy e l’immaginario cinematografico

La crisi di quel soggetto antropocentrico che ha costruito la propria conoscenza tagliando i ponti tra la natura e la società, che oggi occorre restituire alla vita come soggetto e individuo vivente nell’universo, risuona nella domanda che il professore di biologia Samuel Norman, l’attore Morgan Freeman, rivolge alla giovane studentessa Lucy, l’attrice Scarlett Johansson: «Ma se l’uomo non è l’unità di misura e il mondo non è governato dalle leggi della matematica, che cosa governa tutto?» La risposta di Lucy, nel film di Luc Besson, è penetrante: «Filmi un’auto che sfreccia su una strada, velocizzi l’immagine all’infinito e l’auto scompare. Quindi che prova abbiamo della sua esistenza? Il tempo dà legittimità alla sua esistenza. Il tempo è la sola vera unità di misura. È la prova dell’esistenza della materia. Senza tempo noi non esistiamo.» Il tempo, come suggerisce Edgar Morin, lo ritroviamo oggi come dimensione fondamentale, dalla biologia alla fisica, e nel mondo sociale, ma esplicitandolo come unità di misura è la dimensione dello spazio che sembra perdersi. Eppure, Lucy, dopo un viaggio astrale, sarà collocata fuori dall’unità di misura che legittima l’esistenza, pervenendo ad una conoscenza illimitata e assumendo una forma onnipresente nell’estensione del tempo, in uno spazio puro.

Nel superamento dei limiti della conoscenza umana, Lucy si fonde con il tutto che la circonda scoprendo il tempo dell’eternità dietro il tempo umano, abbandonando qualsiasi pretesa di venerazione dell’individuo o della società nella fusione tra il soggetto e il mondo. Consegnando infine le proprie conoscenze all’umanità, assimilandosi al cosmo nel fluire dell’eternità, sembra rievocare quell’esigenza sofferta del mondo contemporaneo di una conoscenza salvifica del futuro. Come non pensare dunque alle parole echeggianti e meditate di Gaston Bachelard: «È così che il nostro essere, nel cuore e nella ragione, corrisponde all’Universo e reclama l’Eternità. (…) Così, per il fatto stesso che viviamo, amiamo e soffriamo, siamo impegnati nelle vie dell’universale e del duraturo». Nel destino di Lucy appare in secondo piano il soggetto antropocentrico che conquista lo spazio per affermare il proprio dominio e la propria conservazione, e nel processo mimetico caro a Roger Caillois, nell’assimilazione allo spazio e nell’identificazione con la materia, Lucy rinuncia all’istinto di opposizione al mondo esterno per seguire l’istinto di abbandono allo spazio. Allora, comprendendo l’immaginario cinematografico come lo specchio delle inquietudini della società contemporanea, se seguiamo il ribaltamento del tema iniziale della risposta di Lucy assumendo lo spazio come unità di misura della conoscenza sensibile e scientifica del mondo, diviene pressante la richiesta di riflessione sull’essere umano, sulla sua profonda relazione con lo spazio e sulla sua capacità di homo symbolicus di cogliere l’invisibile a partire dal visibile e di creare spazi e legami sociali.

In fondo, la consapevolezza ultima cui perviene Lucy, non è forse il fatto di conferire all’esperienza del tempo una forma differente e mitica che ricompone il ritmo della vita e lo spazio? Ed allora, nell’immagine dello spazio nel quale si ritrova Lucy, se pensiamo allo spazio come ad una configurazione di immagini collettive e ad un luogo dove si costituiscono i quadri sociali che ci rendono partecipi di una memoria sociale, in una sorta di reciprocità tra prospettive individuali e collettive (Lavabre, 2004), è possibile riconoscere e lasciare in eredità una conoscenza e una comprensione del mondo? La riflessione che possiamo sviluppare, pensando allo spazio puro nel quale si ritrova Lucy e che si contrappone all’instabilità e all’incertezza del divenire nella vita ordinaria e nello spazio sociale contemporaneo, parte dalla narrazione cinematografica dove coesistono quell’istinto di conservazione e di abbandono indispensabili all’essere umano per affermarsi o assimilarsi allo spazio, per conoscerlo o comprenderlo. La rappresentazione di uno spazio puro dove il soggetto conosce e comprende se stesso e il mondo, richiama quello spazio sacro di coesione e dissoluzione del mondo profano, che sostiene e fa perdurare l’universo profano o lo induce a rinnovarsi e lo salva da un lento impoverimento. Rispetto all’esigenza di conoscenza e di comprensione dell’essere umano e della sua relazione con lo spazio sociale, la sociologia deve di conseguenza ricomporre quell’epistéme contemporanea situata tra una logica parcellizzante e chiusa in stessa, e una logica aperta, pluridimensionale e conflittuale, che sostiene un approccio globale e complesso, abbandonando sistemi di pensiero monolitici, riduttori e settoriali.

La comprensione delle relazioni sociali e della socializzazione negli spazi e con lo spazio, deve necessariamente sottrarsi al paradigma dicotomico che contrappone natura e cultura, costruito su strati sovrapposti e non comunicanti (Morin, 2001), uomo-cultura, vita-natura, fisica-chimica. Un percorso di conoscenza fondato sull’unificazione complessa dei saperi per la comprensione di un mondo sempre più complesso, contrapposto ad una conoscenza fondata sulla separazione e sull’opposizione, è ciò che in fondo salva, come nella trasformazione di Lucy cui mi riferivo inizialmente, e consente all’essere umano di comprendere e comprendersi nello spazio sociale che fa parte della persona e delle sue relazioni:«noi facciamo parte della società che fa parte di noi. Ecco il nodo gordiano molto interessante, che un pensiero mutilante non può che fuggire. Non solo noi siamo in un luogo particolare della società, ma anche la società, in quanto totalità singolare, è in noi» (Edgar Morin).

Orazio Maria Valastro, Lo spazio come unità di misura per la conoscenza e la comprensione del mondo sociale, in O.M. Valastro (a cura di), Sociologia degli spazi e dei legami sociali, [email protected]@ Rivista internazionale di scienze umane e sociali, vol. 12, n. 2, 2014.

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