Diario di un formatore autobiografico

Orazio Maria Valastro, Diario di un formatore autobiografico: esperienze di narrazioni e scritture di sé, Prefazione a cura di Laura Formenti (Professore associato Pedagogia generale, Università degli Studi di Milano-Bicocca), Roma, Edizion Nuova Cultura, 2016, 316 p.

 

Dalla prefazione di Laura Formenti
Funamboli, eroine e sciamani: autobiografia come viaggio dell’anima

«Hai una prefazione da scrivere», continuo a ripetermi mentre scende il buio su questo sabato di fine ottobre. Finita la posta elettronica, e prima di preparare la cena, decido che è ora il momento per mettersi a scrivere. Ho aspettato che maturasse in me un’idea, un accento da mettere in queste righe. Ma più che un’idea è un’intuizione, e tante piste di lettura possibili.

Il testo che hai per le mani, caro lettore (o dovrei chiamarti pellegrino?), è denso, coinvolgente, pieno di riferimenti colti e però anche terribilmente vivo. Non si lascia pre-fare facilmente. I libri sono scritti per lo più per andare ad abitare scaffali ben individuati: letteratura, scienze sociali, biografie… Questo no.

Orazio Maria Valastro è, per sua stessa ammissione, un sociologo e uno sciamano delle storie, un formatore biografico e un autobiografo convinto. E un amante della parola ben detta, ben scritta. È anche un funambolo, metafora (una delle tante: tutto il testo è una celebrazione del pensiero abduttivo, obliquo, immaginale) con la quale apre la sua narrazione.

E così mi sono ritrovata funambola anch’io, a coniugare le mie diverse anime. A commuovermi nel leggere brani autobiografici così parlanti da toccare le corde del cuore, e subito dopo a pensare intensamente, immersa in un affondo filosofico concettualmente impegnativo, ricco di riferimenti bibliografici. Ora invitata negli intimi recessi di una vita singola, illuminata da un frammento narrativo, ora portata su su, a partecipare di uno sguardo allargato e astratto, di ampio respiro.

Spiazzamenti. Dis-equilibri. Rapidi passaggi. Vertigini. Il funambolo non è colui che sta fermo. Anzi: continui movimenti gli sono necessari per mantenersi in bilico. Spiazzamenti che ci fanno bene, oggi più che mai: viviamo talmente disconnessi che ci dimentichiamo di prenderci cura dei nessi tra cervello e cuore, tra singolarità e totalità.

Il mito del nostro tempo è l’insicurezza, ma il vero problema è che non sappiamo più coniugare certezza e incertezza, perché non sappiamo prenderci cura dei legami.

Un luogo dove questa cura è possibile sono gli ateliers dell’immaginario autobiografico, e cioè il dispositivo con il quale il nostro autore ha accompagnato diversi gruppi di adulti, negli anni, in un viaggio di consapevolezza e trasformazione di sé, della relazione con gli altri e il mondo.

La scrittura autobiografica è qui proposta non tanto come “strumento” o “metodo”, ma come un vero e proprio viaggio dell’anima, alla scoperta di sé.

Quali caratteristiche deve avere l’atelier autobiografico per poter davvero generare un simile viaggio? L’atelier è di per sé un luogo altro, non istituzionale, dove esercitare la libertà di raccontarsi, dove poter riconoscere e forse sfidare i condizionamenti sociali perché è intrinsecamente “non condizionato”: si sceglie liberamente, si può interrompere, si scrive senza eccessivi vincoli (anche se sappiamo che tutte queste possono essere non pre-condizioni, ma conquiste durante il processo).

L’atelier è un luogo di individuazione, che senza proporsi come “terapeutico” (sono percorsi di educazione, non di terapia né di cura) ha un altissimo potenziale curativo. L’ascolto sensibile – di sé e dell’altro – apre possibilità di senso e nutre il desiderio di relazionarsi agli altri e di definirsi in rapporto a loro e al mondo.

Ma c’è altro. La cifra particolare di questi ateliers è la commistione tra creatività simbolica e narrazione autobiografica: la capacità umana di rappresentarsi, raffigurarsi attraverso simboli, è qui usata per presentificare l’esperienza, con i suoi chiaroscuri. Non c’è l’illusione verista della biografia più prosaica e fattuale (sebbene possa immaginare che in qualche momento dei laboratori le scritture siano state anche prosaiche e fattuali), ma la creazione di una costellazione di immagini che va ben oltre la prosaicità di una vita narrata: una costellazione in movimento, fatta di valori e miti, immagini mentali e idee, sentimenti e sensazioni.

Nel laboratorio si integrano e armonizzano diverse dimensioni dell’umano: corpo, emozioni, pensieri, immaginazione creativa, spiritualità. Gli esercizi sono sapientemente pensati e condotti per suscitare e sviluppare immagini, miti, racconti finzionali che si intrecciano alla storia reale, quella che a volte ci opprime, ci pesa sulle spalle perché si satura, chiudendo i suoi possibili significati in un’unica Verità.

Aprire possibilità è trovare nuove parole e nuovi sensi, nuove verità, al plurale, e nel fare questo il racconto mitico può liberarci da una condizione disumanizzante.

(…)

Piano piano il viaggio di esplorazione consente di individuare (e poi superare) vincoli e barriere, diffidenze reciproche e inquietudini. Il libro ripercorre il dispositivo pedagogico e accompagna chi legge a fare l’esperienza delle dimensioni di temporalità e circolarità proprie del laboratorio. Grazie all’uso sapiente e rispettoso delle scritture originali, ri-crea un senso di prossimità, che consente di cogliere, nella lettura, il senso di uno spazio “sacro”.

Il laboratorio autobiografico diventa, infatti, viaggio iniziatico quando la scrittura va oltre il letterale, seguendo l’invito a trasfigurare e a trasformare. Non è una scrittura che aspira a oggettivare, a riprodurre la realtà o i vissuti soggettivi “in quanto tali”. È una scrittura che si fa dono, possibilità, e tende al bello. Una scrittura etica. Se vuoi vedere bellezza, agisci bellezza.

Il patto formativo del percorso si fonda su un’etica della reciprocità (dove anche il formatore è coinvolto), sull’assunzione di una responsabilità di tutti nei confronti di sé stessi e degli altri, una consapevolezza che bisogna alimentare ininterrottamente.

(…)

Gli ateliers sono in sostanza un dispositivo di accompagnamento, dove è determinante che il formatore e i partecipanti si riconoscano reciprocamente come portatori di bisogni e desideri interdipendenti. L’etica della reciprocità, più volte richiamata nel testo, è riconoscimento di questa interdipendenza sistemica.

E alla fine del viaggio? I viaggiatori possono, secondo l’autore, rivendicare un’investitura, come novelli eroi ed eroine che hanno saputo attraversare territori inesplorati e uscirne rafforzati e arricchiti.

Guardando indietro, sanno di aver praticato una forma di scrittura, quella autobiografica, che si allontana radicalmente dalle comfort zone e dalle indicazioni normative dell’appre­ndimento scolastico, per entrare nei terreni scivolosi e rischiosi della cura, delle emozioni e delle relazioni. Hanno ri-appreso l’incanto del ritmo, del mito e del rituale, che reintegra la totalità dell’essere umano. Hanno vissuto una “conversione” e una “trasfigurazione” nel passare da forme di coscienza egoica, chiusa e determinata, a una coscienza poetica, diffusa (il gruppo come Mente collettiva) e aperta all’alterità. Se c’è speranza, nel mondo complesso in cui ci muoviamo, è quella di fondare un intervento pedagogico sulla reciprocità, sull’amore e sull’imma­ginazione, come sorgenti di ciò che è più propriamente umano.

One thought on “Diario di un formatore autobiografico

  1. Un grande conduttore di percorsi formativi nella scrittura autobiografica, biografica e poetica. Capace di compiere l’empatia all’interno di un gruppo, attraverso la lettura di sé. Una preziosa guida per un cammino universale di amore per sé da donare al mondo.

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